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Tematica dell’Edizione

“NEÀPOLIS EXPO: ITALICA FORMA, ARS ET MODUS”

Nell’anno dell’Expo di Milano, dedicata al cibo ed all’alimentazione, e in occasione della Prima Settimana Europea dello Sport (EWOS), Neàpolis e gli Isolimpia divengono paradigma dell’italianità.

ISOLIMPIA, L’EXPO E L’EWOS

le-tre-grazie

Su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo
Inv. MANN 9236 – Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Recuperando il senso letterale del termine latino “modus”, quale senso della misura, la nota espressione “modus vivendi” diviene sinonimo di ‘sapiente saper vivere’, alternando attività ad otium, esercizio fisico a godimento artistico-culturale. Dunque Neàpolis, millenaria capitale del bello, ambìta meta per soggiorni indimenticabili, dagli “amoena otia” romani alle vedute del Gran Tour, è emblema di quanto di meglio la nostra penisola sappia offrire. Gusto per l’arte, il teatro, la danza, la musica, la poesia, il capoluogo partenopeo è da sempre anche patria della buona tavola e del buon bere: dalla sua ricca e fertile terra vulcanica e dal suo mare pescoso, già i Lucullo e gli Orata sapevano trarre pietanze diffuse ormai nel mondo, ma rispettose della salute, la perfetta dieta mediterranea per conservare intatte salute e forma.

Forma fisica allora, recupera il concetto di kalokagathia, di greca perfezione di forme che l’arte antica, nei corpi di statue ed atleti, più di ogni altra ha saputo delineare e scolpire.

Forma estetica, dunque, ove il sano è al contempo il buono e bello e l’Ars non è mai disgiunta dalla tecnica, dall’esercizio, dalla palestra e tutto si fonde in un armonico Modus Vivendi.

Un inno alla bellezza, che non può prescindere dal benessere, fisico e spirituale.

Ecco che, dunque, Isolimpia si incentra, quest’anno sui temi della salute psicofisica, da ottenere e conservare a tutte le età attraverso un sano regime alimentare ed il movimento fisico.

Quale simbolo di tale concetto triadico abbiamo scelto le tre Grazie, nella raffigurazione presente al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, proveniente da Pompei (Regio IX, Casa di Titus Dentatius Panthera o Casa di Bellerofonte).

Forma, Ars et Modus sono infatti tre concetti che riportano alla bellezza ed alla grazia, alla gioia di vivere in sintonia con la natura, a passo di danza e musica, che le Cariti greche o Grazie romane rappresentavano nella mitologia antica.

In più di tale raffigurazione, che ancora una volta congiunge la civiltà ellenica con quella latina, attraverso la lezione ellenistico-alessandrina, l’armonia e il perfetto equilibrio compositivo, frutto di un’arte sapiente e misurata, sono state fonte di ispirazione nell’arte di ogni tempo, quale potente e ricorrente esempio della perdurante eredità del lascito della cultura greco-romana, che anche gli Isolimpia rappresentano. Al riguardo, può essere interessante visitare l’excursus iconografico delle tre benefiche divinità ad usum didattico e divulgativo “Le tre Grazie: duemila anni e non sentirli” dell’Arch. Emanuela Pulvirenti (http://www.didatticarte.it/Blog/?p=1932). L’originale pompeiano, invece, fa parte della vasta collezione di affreschi e mosaici traslati dal sito archeologico ed esposti al Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

LA TRIADE E LA DIETA MEDITERRANEA

Per mantenere la Forma occorrono Modus, ovvero senso della misura ed Ars, Esercizio. In sintesi, bisogna sapersi nutrire con moderazione e fare movimento fisico. Sulla base del concetto di salute come equilibrio Ippocrate scriveva:

“Alimenti ed esercizi hanno, in effetti, virtù reciprocamente opposte, ma che contribuiscono insieme a fare la salute. Per loro natura gli esercizi disperdono l’energia disponibili, mentre i cibi e le bevande compensano le perdite” .
(Ippocrate, De Dieta, I, 1-2)

Ma se per l’Attività fisica si rinvia alla Sezione Eventi Sportivi, qui, in tema di Expo, ci piace soffermarci sul Cibus e l’Ars coquinaria dei Romani.

Prima di tutto non si può che partire dalla Triade mediterranea, base ieri ed oggi della salutare Dieta Mediterranea.

L’ulivo, che cresce spontaneo nella macchia mediterranea, è divenuto simbolo stesso dell’identità mediterranea. E’ a tutti nota la frase dello storico Fernand Braudel, per il quale

“Il Mediterraneo finisce là dove finisce l’ulivo”.
Fernand Braudel

In effetti, “Nei paesi del bacino sono presenti più di 750 milioni di piante, pari al 95% degli olivi presenti nel mondo, e forniscono i 2/3 della produzione di olio, concentrata prevalentemente nei paesi dell’Europa Meridionale, come Spagna, Grecia e Italia.” (Petruccelli, Mariotti, Cerreti)

albero

Denominato “albero della vita” in Palestina e diffuso in Siria, a Creta esso assunse grande rilevanza economica e venne utilizzato per usi alimentari, medici e cosmetici, ma anche nell’illuminazione e nelle pratiche sportive per ungere i corpi degli atleti e come detergente insieme alla sabbia. Diffuso dai Fenici in Egitto, la coltura dell’olivo fu fortemente promossa dai Greci e contribuì alle fortune di Atene, cui, secondo il mito, Athena stessa, in contesa con Poseidone per il dominio sull’Attica, aveva donato la pianta come segno di pace. Citato nei poemi omerici e da Esiodo ne Le Opere e i Giorni, esso rappresentò per i Greci pianta sacra e, al tempo stesso, nutrimento essenziale. Apprezzato ovunque, l’olio conservato in anfore stimolò il commercio via mare e ancor oggi l’archeologia subacquea restituisce sovente preziosi carichi di anfore olearie inabissatisi nel mare tempestoso. I fertili terreni della Magna Graecia consentirono una rapida espansione in Italia della coltura dell’ulivo, che fu quindi perfezionata dai Romani, secondo quanto è attestato in autori come Catone, Varrone, Columella, Virgilio, Plinio il Vecchio. “L’olivo e l’olio, definito ‘oro verde’, diventarono per i Romani un importante elemento sia nutrizionale sia economico”. La sacralità della pianta e la funzione simbolica dell’olio consentirono il perpetuars dell’olivicoltura in epoca medievale, durante la quale le tecniche furono perfezionate dai monaci giungendo sino a noi.

ulivo

Inv. MANN. 145513. Kantharos con rami d’ulivo dalla Casa del Menandro
Museo Archeologico Nazionale di Napoli

La vite, sacra a Dioniso, e il fresco succo che da essa si estrae furono per i Greci “simbolo alimentare dell’identità ellenica, concepita come la forma più compiuta di umanità” (M. Niola). Secondo lo storico Tucidide

“I popoli del Mediterraneo cominciarono ad uscire dalla barbarie
quando incominciarono a coltivare la vite e l’ulivo”.
Tucidide (V sec. a.C.)

grappoli

Il potere inebriante del mosto, capace di svelare la maschera e riportare l’uomo in contatto con la forza primitiva della natura è privilegio da godere, ma anche da saper controllare.

“Proprio come fanno i Greci, quando diluiscono la bevanda alcolica per controllarne il potere inebriante. In questo senso si può dire che se la civiltà misura il vino, il vino misura la civiltà. Solo i bruti bevono il nettare della vite senza diluirlo. Come fa Polifemo…” (Niola).

Al binomio coniato dal poeta Alceo, «oinos kai alathea», passato alla storia come «in vino veritas», va associato il carattere di convivialità ed ospitalità, che trova “il suo paradigma filosofico nel simposio” (Niola). Il vino diluito con acqua o mescolato con miele e aromi era protagonista nel simposio “more graeco”, introdotto in età arcaica ma molto praticato in epoca ellenistica e quindi importato a Roma dopo le conquiste in Oriente.

La sede originaria della vite può essere collocata nei pressi del Monte Ararat nel Caucaso, dove, secondo la Bibbia, si arenò l’arca di Noé. Domesticata in Mesopotamia fin dal V millennio a.C., Di lì, si sarebbe diffusa nel Mediterraneo orientale e in Grecia, per poi percorrere verso Occidente, sulle veloci navi micenee prima e greche o fenicie poi, un tragitto analogo a quello dell’ulivo. La Sicilia e la Campania, in Italia, furono territori privilegiati per la viticoltura, nota però anche agli Etruschi. Attecchiti anche in Spagna e Francia meridionale, in epoca romana i vitigni risalirono l’Europa lungo le valli dei fiumi Rodano, Reno e Danubio. (Buono, Vallariello)

recipiente frutta

Inv. MANN 8611, Recipienti per la frutta. Pittura parietale. Pompei,
Casa di Giulia Felice, 79d.C. Museo Archeologico Nazionale, Napoli

I Cereali – frumento, farro, orzo – e, su tutti, il grano donde veniva prodotto il pane, costituirono, sin dalle civiltà della Mezzaluna fertile intorno al X-IX millennio a.C., il segno del passaggio dell’uomo dal nomadismo alla stanzialità. Dal Vicino Oriente, attraverso l’Anatolia, la cerealicoltura approdò in Grecia, ove il pane è così intrinsecamente connesso allo sviluppo del genere umano, da essere indicato in Omero come segno distintivo dell’uomo. Contrapponendo il Ciclope Polifemo alla specie umana, così cantava l’aedo

…Era un mostro gigante; e non somigliava
a un uomo mangiator di pane, ma a picco selvoso…
Omero, Odissea, IX, vv. 190-192

Il pane costituì alimento basilare non solo per i Greci, che “per distinguersi dai Barbari consumatori di carne e latte, amavano definirsi mangiatori di farine bianche come la neve” (M. Niola), potendo vantarsi nell’età di Pericle di sformare ben settantadue tipi di pane.

“E anche nella Roma caput mundi, il pane continua a parlare la lingua di Atene. Al tempo di Augusto nell’Urbe si contavano la bellezza di trecentoventinove panetterie, tutte rigorosamente greche” (Niola). La cosa è ben attestata dai ritrovamenti di Pompei, come dimostrano ampliamente non solo gli affreschi ma anche i pistrina o panifici, le pagnotte carbonizzate, dalla tipica forma ad otto spicchi, ritrovate ancora intatte nei forni dei panettieri.

pane ciotola

Inv. MANN .8614A – Pane e ciotola di cereali – Museo Archeologico Nazionale di Napoli

panettiere

Inv. MANN .9071 – Bottega del panettiere – Museo Archeologico Nazionale di Napoli

pane carbonizzato

Inv. MANN .84596 Pane carbonizzato da Pompei – Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Fondamentali per l’alimentazione mediterranea, “grano e cereali erano un dono di Demetra, la dea madre, e avevano il loro simbolo nel dio Adone, figlio di una vergine, che moriva e risorgeva in primavera, proprio come le spighe. I misteri adoniaci…, venivano celebrati in tutto il Mediterraneo ed erano particolarmente sentiti a Betlemme, che significa letteralmente la “casa del pane” (Niola), ove non a caso ebbe i suoi natali Gesù, “il pane della vita”.

Biblio e sitografia

AA.VV., “L’Alimentazione nell’Italia antica”, suddiviso in ‘Preistoria e prime civiltà’ e ‘Mondo classico, MIBAC, Dipartimento per la Ricerca, per l’Innovazione e l’Organizzazione http://www.beniculturali.it/mibac/multimedia/MiBAC/minisiti/alimentazione/index.html

Buono R., Vallariello G., “Introduzione e diffusione della vite (Vitis vinifera L.) in Italia”, Orto Botanico, Un. Studi di Napoli Federico II, Delpinoa, n.s. 44: 39-51, 2002
( 44_39-51.pdf )

Cianferoni G. Carlotta, “L’olio di oliva nell’antichità”
http://www.beniculturali.it/mibac/multimedia/MiBAC/minisiti/alimentazione/sezioni/origini/articoli/olio.html

Cianferoni G. Carlotta, “Storia del vino”
http://www.beniculturali.it/mibac/multimedia/MiBAC/minisiti/alimentazione/sezioni/origini/articoli/vino.html

Niola M., “Il poteredi-vino che lega Gesù al riti dionisiaci”
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2015/07/11/il-potere-di-vino-che-lega-gesu-ai-riti-dionisiaci45.html?ref=search

Niola M., “La Parabola del pane da dio a demonio”
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/ repubblica/2015/07/08/la-parabola-del-pane-da-dio-a-monio47.html?ref=search

Petruccelli R., Mariotti P., Cerreti S., “L’olivo del Mediterraneo”, CNR, IVALSA (Istituto per la valorizzazione del legno e delle specie arboree
( http://pomologia.ivalsa.cnr.it/olivo/olivo.htm e relativa bibliografia ).

Venturo D., “Alle origini del pane”
http://www.beniculturali.it/mibac/ multimedia/MiBAC/minisiti/alimentazione/sezioni/origini/pane.html

Zonno M. “La Dieta mediterranea”, Dipartimento di Scienze Biomediche ed Oncologia Umana (DIMO), Università di Bari
( La Dieta mediterranea.ppt )

Zonno M. “Storia della Dieta mediterranea”, Dipartimento di Scienze Biomediche ed Oncologia Umana (DIMO), Università di Bari
( Storia della Dieta mediterranea.ppt )

IL CIBO DEI ROMANI

Il cibo dei Romani, soprattutto nelle classi più abbienti e in età imperiale, divenne più sofisticato ed aggiunse agli ingredienti base della triade alimentare mediterranea frutta, ortaggi, pesce, carni di caccia, selvaggina o allevamento, accrescendo in tal modo l’apporto di proteine e grassi.

Inv MANN 8630 – Coniglio e fichi
Inv MANN 8630 – Coniglio e fichi
Inv. MANN 8632 – Uova e pollame
Inv. MANN 8632 – Uova e pollame
Inv. MANN 8634 – Olive, alici e selvaggina
Inv. MANN 8634 – Olive, alici e selvaggina
Inv. MANN 8638 - Pesci e seppie, pane e verdure
Inv. MANN 8638 - Pesci e seppie, pane e verdure
Inv. MANN 8644 selvaggina
Inv. MANN 8644 selvaggina
Inv. MANN 8644 crostacei, recipiente
Inv. MANN 8644 crostacei, recipiente
Inv. MANN 8644 - conilgio e uva
Inv. MANN 8644 - conilgio e uva
Inv. MANN 8645 - Pesche, frutta
Inv. MANN 8645 - Pesche, frutta
Inv. MANN 8645 - coppe di vetro
Inv. MANN 8645 - coppe di vetro
Inv. MANN 8645 - Pesche
Inv. MANN 8645 - Pesche
Inv. MANN 8647 – Pollame
Inv. MANN 8647 – Pollame
Inv. MANN 8647 – Pollame, frutta
Inv. MANN 8647 – Pollame, frutta
Inv. MANN 8647 – selvaggina
Inv. MANN 8647 – selvaggina
Inv. MANN 8647 – selvaggina, e murene
Inv. MANN 8647 – selvaggina, e murene

Tutte le immagini sono esposte su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo – Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Oltre agli animali da allevamento, come bovini, caprini ed equini, vivaria terrari consentivano poi ai Romani di allevare selvaggina, come ghiri, lepri, oche, anatre, cervi, caprioli, daini e volatili esotici o ricercati fenicotteri, gru, cicogne, oltre a tordi, piccioni, fagiani e pavoni.

Inv. MANN 8759. Selvaggina e volatili

Inv. MANN 8759. Selvaggina e volatili

Se nelle reti dei pescatori lungo le coste tirreniche restavano impigliate molteplici varietà ittiche, dal pesce azzurro, a polpi, seppie, spigole, cefali, cernie, dentici, sgombri e così via, è noto che i Romani, che scoprirono relativamente tardi il pesce come alimento, ben presto impararono ad apprezzare mitili, orate, murene e crostacei e diedero forte impulso alla itticoltura. Peschiere marittime in epoca tardo repubblicana ed imperiale venivano costruite negli specchi d’acqua antistanti le lussuose ville dei personaggi facoltosi dell’epoca, che ostentavano in tal modo la loro ricchezza ed il loro prestigio politico e sociale.

La vastissima villa di Lucullo che dall’isolotto di Megaride si estendeva sino a Pizzofalcone sul Monte Echia a sud e, in base ai recenti ritrovamenti, fino a Piazza Municipio, disponeva di diverse vasche per la piscicoltura, moli, allevamenti di murene, oltre ad orti e frutteti.

Scena di pesca. Mosaico (part.)

Scena di pesca. Mosaico (part.)

Per garantire che sui ricchi banchetti giungessero le specie ittiche desiderate, si iniziarono a costruire, soprattutto lungo la costa campana, ampie piscinae d’acqua dolce o salata, gestite da intraprendenti proprietari – i piscinarii, come in tono di spregio li definisce Cicerone – che in breve tempo accumulano notevoli fortune coi loro allevamenti di ostriche, triglie e murene. I più noti assunsero addirittura cognomina che indicavano la loro attività: valgano per tutti il Murena e Sergio Orata, di cui, afferma Macrobio,

“Se un ramo della famiglia dei Licini ebbe il nome di Murena dal nome del pesce,
anche Sergio Orata ebbe tale soprannome perché era ghiottissimo del pesce che ha nome orata”.
Macrobio, Saturnali, III, 15

Inv. MANN 997(3) – Varietà marine. Mosaico da Pompei

Inv. MANN 997(3) – Varietà marine. Mosaico da Pompei. – Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Murena fu forse il primo a costruire vasche d’acqua di mare, subito seguito da L. Marcio Filippo, Ortensio Ortalo, Lucullo, Vedio Pollione, ma l’industrioso Orata fu ancora più rinomato per i suoi allevamenti di ostriche sul Lago Lucrino.

Molto utilizzati erano anche i salutari legumi, soprattutto la fava, ma “anche piselli, ceci ,lenticchie, “una varietà di fagioli e un legume ora in disuso, come i veccioli che, rinvenuti miscelati a granaglie, erano probabilmente uno dei componenti di gustose zuppe” (passim).

Quanto alla frutta, ampiamente rappresentata nelle raffigurazioni di Pompei ed Ercolano, i fichi, freschi o secchi, associati col pane, costituivano un elemento base della dieta romana. La vite, cui già si è accennato, veniva coltivata non solo per la produzione di vino, ma anche per l’uva da tavola e molto diffuse erano le pere e le melagrane, queste ultime presenti in molti affreschi. Con l’estendersi dell’Impero, poi, vennero importati ed impiantati sul suolo italico altre specie di alberi da frutta, quali peschi, pruni di diverse varietà, ciliegi, datteri, mentre è in dubbio che fosse conosciuto l’albicocco. Plinio attesta che erano note ben 36 varietà di mele, fra cui non mancava la tipica mela ‘annurca’ campana; mentre le fonti iconografiche consentono di sostenere che, fra gli agrumi, fossero noti il cedro, il limone, l’arancio e la limetta.

La frutta era consumata anche cotta, in conserva, caramellata o intrisa nel miele, come attestato dai ritrovamenti e non mancava la nutriente frutta secca, ovvero noci, nocciole, castagne, mandorle, pinoli.

Biblio e sitografia

Per approfondimenti si suggerisce di consultare

AA.VV. “Cibi e sapori a Pompei e dintorni”, Soprintendenza Archeologica di Pompei, Edizioni Flavius, 2005, pubblicazione a corredo della omonima mostra realizzata presso l’Antiquarium di Boscoreale e corredata da ricco repertorio iconografico e bibliografico.

Nello specifico, sono stati qui consultati e citati:

Sodo A.M., “Cibo e Luxus”, in “Cibi e sapori a Pompei e dintorni”, Soprintendenza Archeologica di Pompei, Edizioni Flavius, 2005

Stefani G. – Borgoncino M., “Cibus. L’alimentazione degli antichi Romani, Le testimonianze dell’area vesuviana”, ivi

SAPORI E RICETTE ROMANE

Neàpolis Expo: Forma, Ars et Modus. Dunque, l’area archeologica vesuviana, patrimonio dell’umanità della Città metropolitana di Napoli ci ha restituito vivide immagini e prove scientifiche della realtà quotidiana del I sec. d.C. i mosaici ed affreschi, che nel XVIII secolo svelarono al modo neoclassico quanto gli antichi amassero circondarsi di vividi colori, non solo infatti costituiscono preziosa testimonianza della presenza di abili “pittori di cose minute”, nature morte e quadretti di genere, un’Ars pittorica minore, secondo Plinio, se paragonata, ai quadri su cavalletto, che tuttavia ha anticipato in certo qual modo le “cosiddette nature morte della moderna pittura, diffusesi a partire dal XVI secolo” (M. Mastroroberto), ma sono state utili fonti per i Botanici, unitamente a residui alimentari, semi ed altri reperti organici rinvenuti, per determinare le specie vegetali conosciute dai nostri antenati.

banchetto

Scena di banchetto. Pompei, Casa dei Casti Amanti part. Parete ovest

Ma come cucinavano i Romani tutti gli alimenti descritti? Che gusti avevano e che dieta seguivano? Seppero conservare nel tempo Modus, ovvero senso della misura, e Forma?

È noto che in origine il popolo romano fosse sostanzialmente vegetariano. Nello Pseudolus, Plauto fa esprimere al cuoco, che Ballione ha reclutato a caro prezzo nel Foro per cucinare la cena ai suoi ospiti, la sua feroce critica verso le ricette a base di verdura che i Romani consumano quasi “fossero ruminanti” o “mangiatori di erbe”. Nel consueto stile plautino il giudizio tranchant è seguito da una pirotecnica lista di vivande a base vegetale (Pseud. vv. 810-832) .

Altrove, il commediografo latino li definisce invece “pultiphagonides” (Most. 828; Poen. 54), ovvero divoratori di polta, una zuppa antesignana della polenta a base di farro, legumi e pezzetti di carne, spesso unico pasto sostanzioso della giornata.

Queste abitudini alimentari non vennero meno negli strati poveri della popolazione, che continuò a nutrirsi prevalentemente di cereali, legumi e verdure, coltivati nei propri orti e conditi con olio di oliva, pane, frutta, solo talvolta pollame, uova e formaggi, il tutto associato a del buon vino: uno stile alimentare frugale, abbastanza aderente a quanto noi definiamo “Dieta mediterranea”.

Le abitudini delle origini, con rammarico di Seneca (Ad Helviam matrem, X) e Giovenale (Sat. 11), si andarono perdendo con le conquiste e “il banchetto diviene un momento finalizzato al piacere, sia materiale che intellettuale, al soddisfacimento dei sensi e all’appagamento dello spirito che ormai anche il rude uomo romano, fatta propria l’ideologia ellenistica, insegue. [...] Si diffonde tra i ricchi Romani l’uso di avere al proprio servizio, o di ingaggiarli per l’occasione, cuochi (archimagiri), musicisti, (pueri symphoniaci), mimi, acrobati…” (A. M. Sodo).

Il lusso e la sua ostentazione comportano un sostanziale cambiamento della dieta dei Romani, verso modelli più ricchi di proteine e grassi animali.

Ma vediamo adesso quali pasti durante il giorno consumavano i Romani e alcune ricette.

I pasti giornalieri. “La necessità di sfruttare pienamente le ore di luce per le attività produttive condiziona l’organizzazione della vita”: la mattina, al sorgere del sole, si consuma una rapida colazione, lo ‘ientaculum’, costituita dagli avanzi della cena, o da cibi molto leggeri; a metà giornata un breve intervallo del lavoro viene dedicato al ‘prandium’, un pasto che si consuma con le mani, in piedi, acquistando spesso del cibo pronto dalle tante ‘tabernae’ diffuse in tutta la città. Il ‘prandium’ consiste in focacce, olive o frutta. [...]

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Inv. Mann 8625 – Pane e fichi. Affresco da Ercolano– Museo Archeologico Nazionale di Napoli

taberna

Taberna a Pompei

La cena. “La cena è il pasto principale, si svolge intorno alle 15 e si conclude prima che calino le tenebre … ma se diviene banchetto … potrà durare anche fino all’alba e si comporrà di molteplici portate. [...] divise in tre parti: si inizia con l’antipasto, la ‘gustatio’, costituito da cibi leggeri e stuzzicanti, come uova e olive, accompagnate dal ‘mulsum’ vino diluito con acqua e miele, segue poi il ‘ferculum’, o ‘coena’ (‘primae mensae’) una o più portate di carne o pesce arricchite da verdure e accompagnate dalle immancabili salse, e termina con le ‘secundae mensae’ o ‘commissatio’, cioè i dolci e la frutta. [...] ( Si veda il numero di Archeo online da cui è tratta la cosiddetta “cassata di Oplontis” http://www.archeo.it/mediagallery/fotogallery/2743 )

frutta

Cesto di frutta con velo. Oplontis, Villa di Poppea – Torre Annunziata

dolce

Vassoio con dolce. Oplontis, Villa di Poppea – Torre Annunziata

commissatio

Inv. MANN 120031 – Commissatio. Affresco da Pompei – Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Il dopocena (epidnis) comincerà dopo che gli invitati avranno fatto un bagno, cambieranno triclinio e le donne si saranno ritirate; è questo il vero momento conviviale, scandito dai brindisi all’ordine del magister bibendi” (A.M. Sodo).

Biblio e sitografia

Numerosissime le fonti consultabili. Per quelle di carattere scientifico, si invita a consultare la bibliografia di AA.VV. “Cibi e Sapori a Pompei e Dintorni”, cit.

Sono peraltro nel seguito indicati o allegati anche utili lavori ad uso didattico sul tema, elaborati da docenti o scolaresche.

De Caro S., “La natura morta nella pittura pompeiana”, conferenza, 1999
http://www.pompeionline.net/pompei-scavi/la-pittura-pompeiana/la-natura-morta-nella-pittura-vesuviana
Mastroroberto M. “Ars: la natura morta e le origini del quadretto di genere” in “Cibi e sapori a Pompei e dintorni”, Soprintendenza Archeologica di Pompei, Edizioni Flavius, 2005
Sodo A.M., “Cibo e Luxus”, in “Cibi e sapori a Pompei e dintorni”, Soprintendenza Archeologica di Pompei, Edizioni Flavius, 2005